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  • Emilio Bucciotti

EPISODIO 1. - La Cupola di San Gaudenzio: l’altra ‘Mole’ Antonelliana di Novara

Parte 1 (trascrizione)



<a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Novara_novara.jpg">Idéfix</a>, <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/">CC BY-SA 3.0</a>, via Wikimedia Commons



Le due Torri

Benvenuti su Alta Italia Heritage, una piattaforma dedicata alle storie del patrimonio culturale italiano, con un focus speciale sull’area del Nord Italia, ma non solo.

Sono Emilio Bucciotti, creatore di Alta Italia Heritage, specialista in studi culturali e, se vi farà piacere, sarò anche la voce che vi guiderà nel corso di questo viaggio.

Questa sarà la nostra puntata inaugurale; e vorrei cominciare ad esplorare un tema legato alla mia città d’origine, Novara, e ad un uomo che ha drasticamente impattato sul suo apparato monumentale: l’architetto Alessandro Antonelli. Inizio con il dire che non credo che questa sarà l'unica occasione in cui si tratterà del soggetto e delle sue opere; ma per ora mi limito a darvi due impressioni di massima sul personaggio. Mi pare anzitutto che la figura dell’Antonelli non sia particolarmente nota al grande pubblico, specialmente fuori dal Piemonte. Per gli addetti ai lavori, Alessandro Antonelli è un architetto fra i più significativi dell’800 – Arialdo Daverio, forse, assieme al Gregotti, il massimo studioso antonelliano del xx secolo, nel titolo stesso della sua monografia del 1940 lo chiama esplicitamente il ‘massimo architetto italiano nel xix secolo’. Nondimeno, magari senza saperne la paternità, tutti conoscono o hanno un'idea della sua opera più, diciamo, vistosa: la ‘Mole’ detta appunto Antonelliana, che è simbolo della città di Torino. Già questo ci consente di dare una sbirciata sullo spirito dell'uomo Antonelli: un architetto ambizioso che predilige la monumentalità e la visibilità. Qui però si parla di una seconda ‘Mole’ Antonelliana: di cosa ci occuperemo? Il punto di contatto fra le due creature dell’Antonelli è che per entrambe si tratta di edifici simbolo delle due città piemontesi. L’analogia però si ferma qui: la ‘Mole’ di Novara non è la copia, né il gemello della ‘Mole’ di Torino. Tra le due opere c’è una distanza tecnica, stilistica e cronologica abissale, che va confrontata con il contesto di realizzazione – e anche con la committenza che le ha volute.

Da un lato, Torino ha la vocazione della capitale: lo è dalla metà del ‘500 per gli stati sabaudi, e nel 1861 si trova ad esserlo non più per il ristretto regno subalpino, bensì per uno stato nazionale. Si tratta dunque di una metropoli che farà presto da motore, con le sue fabbriche - la FIAT in testa a tutte – alla rivoluzione industriale di fine secolo. In tale contesto post-unitario nasce il simbolo di Torino, la cui committenza va ricercata nella comunità ebraica locale: la Mole, oggi museo del cinema, era stata infatti concepita come sinagoga. Ci sarà occasione per approfondire la storia del principale landmark torinese. Anticipo brevemente una curiosità: sul perché la Mole sia stata poi ceduta al comune di Torino, nel 1877, ci sono almeno due dinamiche di fondo. La prima è che si fossero creati attriti fra i committenti e l’architetto (primo clichè antonelliano) dovuti ai costi e alla sproporzione della Mole (secondo clichè antonelliano) rispetto a una comunità di circa 2 mila israeliti; l’altra riguarda la troppa visibilità del monumento, che avrebbe messo a disagio tanto gli Ebrei torinesi (liberati dai ghetti solamente nel 1859, e quindi ancora guardinghi sul dare troppo nell’occhio) quanto l’amministrazione cittadina cattolica (che avrebbe avuto, come simbolo di Torino, una sinagoga). Avremo occasione di indagare meglio, in futuro; ma mi pare che abbiamo trovato una sorta di filo rosso comune a molta dell’opera antonelliana.

Novara, dall’altra parte del Piemonte, gomito a gomito con la Lombardia, è un’altra realtà. È vero che anch’essa sperimenta quel cambio di passo che dinamizza il regno sabaudo, dopo il Congresso di Vienna (1814/15) e prima dell’Unificazione; ma resta pur sempre una piccola città di provincia in uno staterello tutto sommato provinciale; nonché, una (sfortunata) piazzaforte militare, ancorata ad un modello economico arcaico, agricolo. Eppure, è in tale contesto tutto sommato retrogrado, vent’anni prima rispetto alla Mole torinese, che si gettano i semi per un’opera relativamente colossale come la Cupola di San Gaudenzio. Com’è possibile che una città periferica con poche migliaia di abitanti (circa 20.000 all’inizio dei cantieri) a un certo punto abbia l’impudenza di commissionare una torre di 121 metri, sproporzionata per la città dell’epoca – a dire il vero anche per l’attuale di 100 mila - ben vent’anni prima che si cominciasse a posare la più celebre Mole di Torino? È un mistero che resterebbe irrisolto se non si considerasse la questione ad ampio raggio, tenendo cioè in conto l’evoluzione socioeconomica di Novara, il clima culturale che animava la città e la sua classe dirigente, il funzionamento di un grande cantiere di metà Ottocento e la personalità stessa di Antonelli. Tutte queste dinamiche, oggettive e individuali, hanno fatto sì che questa sorta di prima Mole antonelliana vedesse la luce, pur costruita a fasi alterne e in quasi cinquant’anni di cantiere, in un contesto che ne resterà segnato in modo indelebile.


(Una rara fotografia della basilica e del campanile alfieriano, prima della posa della Cupola)


come cambiò il mondo durante la vita dell’Antonelli

Ci serve allora entrare in queste dinamiche, poco per volta, al fine di comprendere il contesto storico antonelliano. Vorrei mettere luce sulla questione, partendo da un’osservazione di Giampietro Morreale: gli estremi della vita di Antonelli sono il 1798 e il 1888. È una vita davvero lunga, anche per i nostri standard: quasi un secolo, e che secolo! “Una persona che fosse vissuta negli stessi luoghi cent’anni prima, tra il 1698 e il 1788, non avrebbe riscontrato nella società mutamenti significativi quanto quelli del secolo successivo”, osserva Morreale. Quando Alessandro Antonelli nasce, vicino a Novara, nel paese di Ghemme – da una famiglia notabile residente a Maggiora - il Piemonte non esiste più come stato indipendente: è una terra d'occupazione. Facciamo un rapido riassunto storico. Siamo negli anni che seguono la Rivoluzione Francese: per tutto il decennio 1790 la Francia si getta in una guerra totale, interna ed esterna, all'Ancient Régime; laddove le monarchie europee, con l'Austria in testa, ricambiamo cordialmente l'ostilità. Tra queste ultime, c'è il Regno di Sardegna che, sotto Vittorio Amedeo III di Savoia, è in teoria il più militarizzato tra gli stati italiani; ma in pratica, oltre ad essere in malarnese, ha la sfortuna di trovarsi al confine con la più ben potente République. La Savoia e la Contea di Nizza vengono invase dai Francesi nel 1792. Dopo queste due annessioni, la guerra contro i Savoia si assesta sulle Alpi, specialmente nella zona delle Alpi Marittime, dove i Sardo-Piemontesi tengono botta, anche se in arretramento. Il colpo di spugna lo darà un giovane generale còrso di nome Napoleone Bonaparte, comandante nella celebre Campagna d'Ialia, nell'aprile del '96. Napoleone lancerà un'offensiva dalla Liguria, che in appena due settimane causerà la capitolazione dei sabaudi (armistizio di Cherasco: 28 aprile 1796). Con l'armistizio e l'umiliante Pace di Parigi, il Regno di Sardegna è liquidato e ridotto allo sfascio economico: si trova sotto occupazione militare; perde formalmente le due province già invase, come altri territori alpini; e, nello stesso anno, perde il suo stesso sovrano, che muore amaramente e detestato da tutti. Il suo successore, Carlo Emanuele IV, subirà anche peggiori umiliazioni, nonché una progressiva erosione del suo potere regale; fino a quando (l'anno è quello di nascita dell'Antonelli, il 1798), spremuto come un limone, il re non è costretto all'esilio in Sardegna e alla cessione di quanto rimaneva del Piemonte. Ci sarà una breve parentesi, nel '99, in cui il Piemonte sarà recuperato dall'alleanza anti-francese composta da Austria, Russia e Inghilterra (cioè, da nuovi occupanti che lasceranno l'ex sovrano sabaudo alla porta, ad attendere in Toscana); ma sarà una restaurazione effimera, ottenuta grazie al fatto che Napoleone è 'insabbiato' nella Campagna d' Egitto. Tant'è che quando Napoleone riesce a rincasare e a diventare padrone assoluto della Francia, la battaglia di Marengo (anno 1800) assicura nuovamente ai Francesi il controllo del Piemonte. Dopo due anni di governo transitorio, la regione subalpina è ufficialmente incorporata nella Grande Nation; e in quello stesso 1802, Carlo Emanuele IV, che per una breve parentesi di tempo aveva sperato invano di riprendersi il trono, morirà da esiliato. Solo il Congresso di Vienna restituirà a un Savoia (Vittorio Emanuele I) la sovranità sugli stati di terraferma, ai quale si aggiungerà pure la Liguria.

E Novara? Alla nascita dell'Antonelli conta appena 14 mila abitanti: per i nostri parametri, è un grosso borgo, ancora intrappolato nei bastioni spagnoli vecchi di quasi trecento anni, e che la qualificano come una città di frontiera – il Ticino è a due passi: dopo c’è il Lombardo-Veneto austriaco. E' da pochi decenni che la città è entrata a far parte del Regno di Sardegna (precisamente, dal 1738). Da secoli, Novara era stata una città lombarda (ricompresa nel Ducato di Milano); e questo influsso è tuttora mantenuto, a partire dal dialetto locale che è più vicino al milanese che alla lignua piemontese. Quando Antonelli ha due anni, Novara sarà riannessa alla Lombardia (e questo spiega anche la formazione giovanile dell'architetto); ma dopo la parentesi napoleonica e il ritorno dei Savoia, la città ridiverrà piemontese, com'è ancora al giorno d'oggi.

Quando, nel 1888, Alessandro Antonelli chiude gli occhi, la città è un notevole polo manifatturiero e ha una popolazione di 38 mila anime: è quasi triplicata! In quello stesso anno, pochi mesi prima di morire, l'architetto riesce persino a vedere completata la sua opera, la Cupola che coronerà la basilica di San Gaudenzio.

Com'era cambiato il piccolo Piemonte sabaudo? Nel '31 si era estinta la linea principale dei Savoia, ed era salita al potere la nuova dinastia dei Savoia-Carignano, nella persona di Carlo Alberto (dinastia non tanto nuova perchè cadetta, ma perchè un po' più aperta alle influenze liberali della precedente). Nel 1861 il regno di Sardegna, dopo tre guerre d’Indipendenza, è riuscito nel trasformare la Penisola da mosaico di principati regionali in uno stato nazionale. L'Italia, sul finire dell'800, ha cambiato pelle: è diventata una media potenza internazionale, che è persino giunta in procinto di costruirsi un impero coloniale in Africa (Eritrea e Somalia). In realtà, è il mondo che in appena novant'anni è drasticamente mutato: nel 1888, a Parigi, si sta per inaugarare la Torre Eiffel; sul continente sono stati posati centinaia di chilometri di reti ferroviare e linee del telegrafo; sono in funzione i primissimi telefoni; si testano le prime automobili (è l'anno della famosa impresa automoblistica di Bertha Benz, sull'auto del marito); si diffonde l'illuminazione elettrica. In Italia c'è già il suffragio universale (maschille); una Costituzione (lo Statuto Albertino); e soprattutto nel Nord sta incominciando la Rivoluzione Industriale. L'Europa è divenuta la fucina del mondo: si saluta l' inizio della Belle Époque e gli stati-nazione si affrettano in una corsa agli armamenti che, nel giro di due decenni, devasterà il mondo.

A questa data la cinta dei bastioni di Novara, già obsoleta nel ‘700 – tanto da essere sin da allora utilizzata come parco pubblico – non c’è più, tranne pochi avanzi tuttora superstiti. E' un turning point per l’urbanistica novarese, perché spianare i bastioni significa decomprimere una città ancora limitata al centro storico – quindi, pressappoco, a una superficie urbana regredita da tempo a quella degli antichi Romani – e proiettarla verso le periferie; significa che, con la crescita demografica, si sono creati spazi di investimento e siti per l’edilizia; insomma, vuol dire che la società novarese ha accumulato abbastanza capitale (in senso non soltanto economico) per volere e potere cambiar faccia, cioè quell’aspetto di tetra e angusta cittadella vagamente spagnolesca. L’abbattimento dell'ingombrante relitto della poliorcetica d’Ancient Règime è decretato nel 1842, quando si pensa che Novara, ancora Piazza Reale, abbia perso qualsiasi posto di rilievo nella storia militare. Cito, per il solo gusto di sottolineare l’ironia della sorte, che pochi anni dopo si combatterà quella (disastrosa) battaglia della Bicocca o di Novara che concluderà la prima, infelice guerra d’Indipendenza. Teniamo sott’occhio queste coincidenze temporali, perché vi ritorneremo.

In sintesi, mi viene difficilissimo enfatizzare a parole la distanza tra le due date che segnano il principio e la fine della vita dell'Antonelli. L'800 è veramente un secolo straordinario... alla nascita del nostro protagonista, nessuno avrebbe mai scommesso in un ripristino dell'antico Piemonte sabaudo, tanto meno in quello che sarà chiamato Risorgimento. Alla morte, l'Italia è entrata come singola nazione, nel bene o nel male, nel 'concerto europeo', in una posizione rispettabile. Vi lascio questo su cui meditare...


Il Capitale (novarese)

Bisognerebbe ora comprendere da dove nasca questo capitale. L’argomento è immenso, perché concerne il modo in cui si evolve la società nonché il concetto (e l’apparato) dello stato moderno, nella transizione dall’Ancient Régime allo stato unitario, con tutta l’età napoleonica di mezzo. Potremmo usare ancora una volta la vita di Alessandro Antonelli come bussola per orientarci. Circa il cambiamento della società piemontese e novarese nello specifico, bisogna premettere che già prima della nascita di Antonelli tirava un’aria di cambiamento: fino al 1775, come per molte città italiane, Novara è governata da una casta di famiglie patrizie (che eleggono i 60 decurioni) rigorosamente serrata (cioè, a numero chiuso); dopo quella data, il governo cittadino passa nelle mani di una nuova dirigenza mista, perché per la prima volta comprende anche i borghesi professionisti e possidenti. La fotografia sociale della città, però, è ancora piuttosto arcaica e statica: su 7 mila residenti nella cerchia delle mura, più del 10% fanno parte (a vario titolo) del clero. La crescita demografica è inibita dalla tipica tendenza delle società preindustriali ad avere alti tassi di natalità, contrappesati da elevata mortalità. Per non parlare del fatto che il sistema economico del xviii secolo non è ancora in grado di andare particolarmente oltre la sussistenza; e le carestie non sono ancora del tutto scomparse (Antonelli è un adolescente quando l’ultima di esse, nel 1816-17, colpisce il territorio novarese). In città manca spazio, e l’ammassamento è un fattore di rischio epidemia; inoltre l’amministrazione cittadina di fine ‘700 non è ancora in grado di garantire servizi di base come l’acqua e lo smaltimento dei rifiuti. Da un punto di vista del progresso del tessuto economico, basti pensare che ancora nel 1798, quando nasce Antonelli, a Novara non ci sono nemmeno le banche in senso moderno – per ottenere credito ci si deve recare a Vercelli, dai prestatori ebrei; o se ne occupa la Chiesa locale. L’idea di benessere economico è tuttora ancorata all’idea di rendita della terra, e non di investimento in senso imprenditoriale. È pur vero che al tramontare del Secolo dei Lumi un cambio di mentalità sta prendendo corpo: la produttività dei campi aumenta, perché comincia a nascere un nuovo business, quello delle migliorie fondiarie; e con esso si incrementa pure il bisogno di avere una migliore intermediazione monetaria. Ciò che, nel complesso, comincia a cambiare il territorio novarese è un crescente fenomeno di privatizzazione della superficie comunale. È questo l’innesco del cambio di mentalità, in senso borghese (ovviamente la nobiltà non ne è esclusa, anzi!), che poi nell’800 troverà compimento: dato che le amministrazioni locali sono espressione di questo ceto in ascesa e di mentalità, appunto, borghese, vengono poco per volta spacchettate quelle proprietà comuni di origine, spesso e volentieri, medievale (campi e boschi utilizzati da tutta la comunità locale, in forma collettiva e condivisa) per essere divorate dai privati. L’esito è che la stessa definizione di Comune, da insieme di persone e proprietà di gruppo, si avvicina di più a quella moderna di ente: il comune si smaterializza per assomigliare di più a una società per azioni in mano alle elite locali affamate di terra.

Sta di fatto, però, che sul piano delle attività produttive-manifatturiere la questione è assai diversa: queste sono tuttora volte al mantenimento della dirigenza novarese (gli unici in grado di spendere: i possidenti terrieri, l’alto clero diocesano e i funzionari statali), laddove la dicotomia Città-Contado è ancora fortissima e le produzioni sono scarse. Non stupisce che, quando la Rivoluzione fece spostare il capoluogo dell’Intendenza Generale da Novara a Vercelli (proprio quando nacque Alessandro Antonelli), la città andò nel panico: significava perdere quei dirigenti capaci di assorbire la poca produzione eccedente, perché Novara, come un buco nero, non lasciava molto al mercato esterno alla città stessa. Per la gioia di artigiani e piccoli professionisti, l’anno successivo il novarese venne staccato dal Piemonte ex-sabaudo per entrare nella Repubblica Cisalpina, e Novara divenne capitale del grande Dipartimento dell’Agogna. Antonelli, in quei quattordici anni di fase postrivoluzionaria/napoleonica, è uno studente liceale. Novara viene inondata da redditi fondiari e tasse, che mutano il volto della città e i comportamenti della amministrazione cittadina. Finalmente arriva la modernità: si dice addio, per esempio, al pane fatto con cereali inferiori e ai costumi tradizionali del luogo. Le strade vengono selciate, si impianta l’illuminazione notturna, si collegano le fogne alle strade, si ristrutturano i due terzi delle case cittadine e si aprono nuove attività e botteghe. La modernità però ha un costo, e infatti la pressione fiscale aumenta del 25% rispetto agli ultimi anni di Ancient Régime (1 milione di lire in imposte dirette nel 1790; 2 milioni e mezzo nel 1810): in fondo, l’immagine dello stato perennemente in debito per fornire servizi, e quindi a caccia di denaro, è un qualcosa che ci è famigliare. Infatti, altra conseguenza del progresso è che la burocrazia leggera tipica dello stato preindustriale si appesantisce sempre più: nel concreto, aumenta il personale fisso della Pubblica Amministrazione, sia in senso numerico che in senso qualitativo, circa le figure professionali impiegate. Va inoltre rilevato che durante il periodo napoleonico si comincia ad ammodernare pure il sistema scolastico, rispetto alle precedenti strutture dipendenti da lasciti privati ed egemonizzate dalla chiesa: si stabiliscono le scuole elementari, si dà maggior valore alle discipline tecnico-scientifiche e Novara diviene sede di uno dei quattro licei della Repubblica Cisalpina (poi divenuta il Regno d’Italia di Napoleone). Uno dei perni del programma di governo napoleonico è infatti la formazione dei burocrati e funzionari da inserire nella complessa macchina amministrativa della Grande Nation.

D’altronde, la società dell’epoca è ancora dominata dai grandi proprietari di terra, e questo porta ad osservare che la Rivoluzione, in realtà, non aveva affatto spezzato la trama della società di fine ‘700; anzi, questa viene mantenuta (compresa l’aristocrazia) e addirittura essa collabora con il nuovo regime, il quale non fa che velocizzare un processo di metamorfosi intrapreso già nell’ultimo quarto del xviii secolo. Forse questo aspetto smentisce quell’immagine stereotipata che abbiamo della Rivoluzione Francese, della quale affiorano alla mente soprattutto le parrucche dei nobili spuntate dalla lama della ghigliottina. Chi, in tutto ciò, ne fece veramente le spese fu però la proprietà terriera della Chiesa locale (intesa come insieme di alto e basso clero, rurale e cittadino): quando Antonelli è in fasce, il clero è proprietario di circa il 25% della superficie comunale. Sulla carta, il clero è un grande latifondista, ma è un gigante con i piedi di argilla che può essere (e lo sarà) aggredito su più fronti. Sorprenderà, forse, il sapere che la Chiesa è vittima di una prima serie di soppressioni ed espropri già durante la fase terminale dell’Ancient Régime (come quelle subite dai gesuiti e dai canonici della cattedrale); poi, dopo la Rivoluzione, tocca ai monasteri e ai collegi canonicali. L’esito è che dopo la Restaurazione rimane al clero un 6% scarso dei terreni originariamente posseduti nel Comune novarese. Il resto, come avrete immaginato, se lo sono mangiati lo stato e i proprietari terrieri, che sanno approfittare delle mediocri competenze economiche degli ecclesiastici e del mutamento politico, ovviamente.

All’alba della Restaurazione, pur in un clima di repressione e parziale ripristino del vecchio sistema, il cambiamento avviato è ormai inarrestabile, e l’effetto più vistoso è forse proprio l’atrofizzazione costante di quel settore terziario improduttivo (appunto, il numero di membri del clero e di domestici) in rapporto alla popolazione in crescita. Nulla era stato risparmiato dalla Rivoluzione, soprattutto per quanto concerne l’Amministrazione cittadina; e ciò è importantissimo da sottolineare proprio per capire la committenza della Cupola di San Gaudenzio, nonché il modo in cui una tale costruzione venne finanziata. Siamo quasi pronti a tornare agli anni ’40 dell’800, quando Alessandro Antonelli, nel presentare ai fabbricieri della Basilica il suo progetto, darà un cambio di passo all’ apparato monumentale novarese, al punto tale che sul finire del secolo Novara potrà davvero rivedersi quale città antonelliana. Ma chi è questa committenza?



(Novara, anni 1820. Si noti la cinta dei bastioni; sulla sinistra, la basilica priva di cupola)


La Fabbrica di San Gaudenzio

Occorre qui aprire un altro excursus storico su quello che, nella Novara preindustriale, è certamente il cantiere più dinamico e importante, dal punto di vista artistico-culturale: si tratta, ovviamente, della basilica patronale. San Gaudenzio è, nel IV secolo d.C., il primo vescovo di Novara: le sue spoglie riposano nella chiesa che, secondo tradizione, egli stesso ha fondato, e di cui si hanno tracce certe almeno dall’età carolingia. La più antica chiesa di San Gaudenzio aveva funzione di basilica martyrum, e sorgeva in un punto che oggi è contrassegnato da una targa, sull’antica via per Vercelli. Era una chiesa extramurana perché assolveva alla funzione di cimitero, dunque osservava le norme ‘igieniche’ degli antichi romani, che imponevano, come noto, di seppellire i morti fuori città. Con diverse fortune e rimaneggiamenti, la basilica sopravvive per più di mille anni. Fino al 1553. Cosa accade in quell’anno? Per le vie brevi: Novara all’epoca è parte del ducato di Milano (diventerà sabauda solamente nel ‘700), che è a sua volta una provincia dell’impero spagnolo (quello di Carlo V, dove non tramonta mai il sole). I nuovi padroni si accorgono che Novara è esattamente al confine con gli stati del duca di Savoia, i quali sono la porta d’ingresso per l’Italia. Oltre le Alpi c’è infatti la Francia, grande potenza tradizionalmente antagonista degli Spagnoli. Ci vuole poco per tirare le somme: Novara va trasformata in una cittadella militare, una roccaforte che protegga Milano dalle brame dei Francesi e dei Sabaudi. Questa deliberazione ha un impatto urbanistico che già conosciamo: Novara viene dotata di bastioni, ma tutte le strutture che si trovano fuori la cinta delle mura devono essere spianate affinché eventuali nemici non se ne servano per assediare la città. L’opera è arci-dispendiosa, le lungaggini infinite, le proteste dei Novaresi inutili; come del resto gli stessi bastioni lo erano, se si considera che nello scacchiere europeo di fine ‘500 Novara non aveva più alcuna centralità. Sarebbe troppo facile riecheggiare il parere del Manzoni sul malgoverno spagnolo o, più recentemente, di Sebastiano Vassalli, che definì Novara “la più disgraziata in assoluto tra le molte disgraziatissime città che costituivano il regno disgraziato di Filippo II di Spagna” (dal libro "La Chimera"). Ci basta sapere che, assieme ai sobborghi, anche la basilica di San Gaudenzio viene demolita in uno sforzo esacerbante, autolesionista che spopola la città, le toglie i distretti produttivi extra-urbani, e ha l’effetto di ridurla in quel conglomerato malinconico e tetro, dalle poche migliaia di abitanti, del quale la borghesia ottocentesca non ne potrà veramente più.

Ma è anche vero che è da questo evento distruttivo che origina il dinamico cantiere della nuova basilica patronale, questa volta edificata dentro le mura. A farne le spese sarà la piccola chiesa di San Vincenzo, che ha la sfortuna di sorgere nel punto più elevato dell’attuale centro storico, posizione perfetta per il nuovo tempio: di essa verrà risparmiata, in pratica, soltanto la cappella di San Giorgio, dove le reliquie di San Gaudenzio trovano temporaneamente alloggio. I lavori partono nel 1577 sotto i migliori auspici: c’è già pronta l’archistar dell’epoca, niente po’ po’ di meno che Pellegrino Pellegrini detto Tibaldi, l’architetto di San Carlo Borromeo. Non mi soffermo sul lavoro critico riguardante la paternità del progetto (non abbiamo i disegni originali firmati dal Tibaldi) anche se oggi si ritiene certa. Mi limito a ricordare che la nuova basilica è costruita in più fasi, tra il xvii e il xviii secolo, con ritardi, interruzioni e mutamenti stilistici che, come gli anelli in una sezione di tronco d’ albero, non sono che il segno delle crisi vissute dalla città in quei due secoli. Una data più significativa delle altre è il 1711, l’anno in cui viene inaugurato, dopo quasi quarant’anni di lavori, la cappella dello scurolo: è una sorta di cripta rialzata dove, conservato in un’urna d’argento e cristallo, è deposto il corpo di San Gaudenzio, in quello che sarà da lì in poi lo stupendo ‘scrigno’ marmoreo di gusto tardo barocco che tutt’oggi è aperto al pubblico per la festa patronale (il 22 gennaio). L’altro grande ‘cantiere nel cantiere’ è il campanile firmato da Benedetto Alfieri, archistar sabauda settecentesca, e che meriterebbe una sua trattazione a parte. La costruzione alfieriana è impressionante: viene eretta tra il 1753 e il 1768 (le rifiniture si protraggono fino al 1786) e coniuga l’imponenza solida della pietra con una forma assai slanciata, che tocca i 92 metri. Oggi, forse, la mole della cupola di Antonelli la fa un po’ sfigurare, ma si tratta comunque di una torre campanaria visibile per chilometri, ed è il primo vero landmark della città di Novara. Inoltre, il campanile dell’Alfieri è una tappa necessaria per un altro motivo: nel xviii secolo Novara, che nel frattempo passa ai Savoia, non è ancora riuscita a completare realmente la basilica, perché l’intento originario era chiuderla con una cupola. Fino ad allora ci si è limitati a ‘tappare il buco’ con un controsoffitto di legno intonacato ed affrescato; e tanto basta alla Fabbrica di San Gaudenzio, che preferisce il campanile alla cupola! Per inciso, la Fabbrica è la stessa istituzione che nell’800 commissionerà la cupola, quando appena una generazione prima sembrava essersi completamente spento il desiderio di ultimare in tal senso la basilica.

Ma che cos’è la Fabbrica di San Gaudenzio, e come fa a sostenere costi del genere? Abbiamo già lasciato intuire che si tratta della committenza principale per i lavori che ruotano intorno alla basilica, e lo è sin da quando sorge la necessità di ricostruire il tempio gaudenziano a metà ‘500. La Fabbrica è un ‘ente’ di diretta espressione del capitolo della basilica di San Gaudenzio, il quale fa concorrenza all’altro capitolo della città, quello della Cattedrale o Duomo di Santa Maria. Attorno alla basilica e al suo capitolo gravitano le meglio casate della città di Novara, ed è talmente importante che ogni nuovo vescovo, prima di insediarsi nel Duomo, deve passare preliminarmente dallo loro basilica, a far una sorta di omaggio. Insomma, il capitolo è la manifestazione concreta di quel patriziato che nelle città italiane la fa da padrone (vi ricordate che Novara fino al 1775 era governata da una casta, quella dei decurioni?); patriziato che si rende tipicamente patrono delle arti. La preferita, tra tutte, è la musica: i concerti della cappella basilicale sono accessibili alle masse e per qualità sono di altissimo livello. Essi affondano in una tradizione cittadina di cui vorrei ricordare, sempre a spot, il nome di Isabella Leonardi, religiosa e compositrice novarese, fra le massime personalità dell’età barocca e che, a propria volta, meriterebbe un suo approfondimento.

Ci siamo lasciati, però, con la domanda su quale fossero le fonti di introito della Fabbrica. Dobbiamo fare un passo indietro, di nuovo, al 1577 (data di inizio dei lavori per la nuova chiesa): a quell’epoca i decurioni della città ottengono di poter imporre un dazio di sei denari milanesi su ogni libbra grossa (760 gr) di carne bovina, ovina o suina che entrasse a Novara. L’imposta prende conseguentemente il nome di ‘sesino’, e resiste fino all’anno 1800. Per questa data vi sarà tornata alla mente una città di Novara ormai non più piemontese, ma di nuovo annessa alla Lombardia (o meglio, alla Cisalpina) a seguito dello stravolgimento geopolitico causato dalla Rivoluzione Francese. Vi sarà anche chiaro perché il dazio del ‘sesino’, in quanto destinato ad un ‘ente’ privato (la Fabbrica), pur sotto controllo del Comune, venga alla fine soppresso: è inaccettabile in quel nuovo contesto culturale e politico che una imposta pubblica transiti, per le mani di una realtà privata. Mi è capitato spesso di sentire che la Cupola della Basilica è stata finanziata con il ‘sesino’: non è vero, o meglio, è impreciso. Il Comune di Novara, che con la Restaurazione è tornato sotto i Savoia, ormai è una realtà di estrazione sempre più borghese e orientata al concetto moderno di pubblica amministrazione: una volta avocato a sé il sesino, l’ente municipale stabilisce di passare alla Fabbrica un assegno di 12 mila lire/anno (dal 1825 in poi) che compensi la perdita di questo dazio; e che consente all’ente della basilica, di nuovo tornato all’aristocrazia, di sopperire alla carenza di fondi. Ma i tempi erano mutati anche per i fabbricieri della basilica: nell'800 l’aristocrazia cittadina diviene sempre meno interessata ai propri banchi numerati (un po’ come i palchi nel teatro) all’interno della Basilica, e in generale si crea una deriva tra il Comune e la Fabbrica, laddove i due enti erano, nell’Ancient Régime, manifestazione della stessa classe dirigente. Il processo è estremizzato nel 1848: lo Statuto Albertino ha infatti concesso le elezioni, e il consiglio comunale è oramai un bastione della borghesia cittadina. Vi ricordate che dicevo di tenere a mente le coincidenze temporali? Ecco: il 1848 è l’anno della prima guerra di indipendenza. Quale miglior scusa per tranciare l’assegno dalle 12 mila lire alle duemila/anno? A onor del vero, nel corso degli anni seguenti, il contributo del municipio sarà aumentato progressivamente: quattromila lire nel 1856, già seimila nel 1857. Poi scoppia un nuovo conflitto, la seconda guerra di Indipendenza; ma la guerra entusiasma talmente i dirigenti municipali che l’assegno ritornerà alle ‘antiche’ 12 mila lira, addirittura 16 mila nel 1864 e per tutta la decade successiva, nonostante che una terza guerra di Indipendenza (quella del ’66) sorprenda una Novara ormai inclusa nell’ Italia unificata dai Savoia.

In via conclusiva: la committenza antonelliana è sì la Fabbrica, ma si tratta di un ente che ormai ricade totalmente sotto l’egida finanziaria del Comune, al quale spetta l’onere di ricercare e approvare i fondi per la Cupola di San Gaudenzio. Si tratta di un gioco di ‘spola’ fra i due enti, che coinvolge un po’ tutta la dirigenza novarese (intesa come quella èlite nobile-borghese che si spartisce da decenni il governo della città, ma che pende sempre più per la seconda componente).



(Alessandro Antonelli. 1798-1888)


La scelta dell'architetto

E' arrivato il momento di presentare il nostro protagonista.

"L'Architetto, era stato un ragazzo e ancora prima un bambino negli anni in cui Napoleone metteva a ferro e fuoco l'Europa, e aveva sognato, come tutti i bambini della sua epoca, di diventare un generale e un imperatore più grande dello stesso Napoleone; poi però, crescendo, si era accorto di essere bravo a progettare edifici, e da quel momento non aveva avuto più dubbi su ciò che avrebbe fatto nella vita. Sarebbe diventato il Napoleone dei progettisti, e il principe degli architetti!"

Con queste parole lo scrittore novarese Sebastiano Vassalli, premio Nobel mancato per via dell'improvvisa scomparsa, descrive il personaggio dell'Antonelli (nel libro "Cuore di Pietra", anche se non lo nomina mai per nome).

Abbiamo lasciato la borghesia di Novara dei primi anni 40’ dell’800 in una sorta di ansia da rinnovamento urbanistico. Più nello specifico, la Fabbrica della basilica ha recuperato quella stabilità finanziaria che, con la fine dell’Ancient Régime, le era venuta meno. Negli anni precedenti si intravedono segnali del fatto che i tempi sono maturi: da circa mezzo secolo, dopo l’ultimazione del campanile alfieriano, nella basilica di San Gaudenzio non si conoscevano opere particolarmente ambiziose; a parte il rifacimento del pavimento, merito di un lascito del cardinale Cacciapiatti (1839). Cito il lascito del Cacciapiatti per una sola ragione: il prelato aveva espresso il desiderio di destinare quelle somme alla costruzione di una cupola, ed era dal ‘700 che non se ne parlava più (dato che l’impresa del Campanile pareva aver soddisfatto la sete di grandi opere dei dirigenti novaresi).

Più o meno negli stessi anni (siamo nel 1837), troviamo Alessandro Antonelli quale commissario d’ornato per il nuovo piano regolatore di Novara. L’architetto, quindi, partecipa allo sforzo di riprogettazione della città oltre i limiti delle mura, e ragiona secondo i nuovi criteri urbanistici di uno Stato liberale. Da quel momento in poi, l’architetto non ha più tra le mani soltanto la possibilità di intervenire su singoli cantieri cittadini; ma può influenzare la vera e propria evoluzione della città. Già… ma come ci è riuscito? Lo avevamo lasciato, il giovane Alessandro, da studente liceale, nel pieno dell’età napoleonica. Studia a Milano, dove frequenta il Liceo Artistico e l’Accademia di Brera; in seguito si formerà presso il prestigioso collegio Caccia di Pavia, serbatoio di talenti novaresi. Nel 1824 entra, come ‘ingegnere-architetto’ nel Demanio del regno sabaudo. Antonelli ha qui l’occasione di farsi le ossa con la progettazione della Curia Massima (la Corte d’Appello) di Torino, per la quale riceve l’incarico di ricavare il disegno dal modello in legno, poiché i progetti dell’architetto Juvarra erano andati dispersi. Nel ’28 vince una borsa di studio per un corso di perfezionamento a Roma, città non particolarmente aggiornata in fatto di architettura, ma comunque utile a sospingere la sua carriera accademica. Un tratto comune nella fase giovanile antonelliana, aldilà dello stile neoclassico fortemente geometrico e stereografico, lo possiamo già intuire: la tendenza alla monumentalità.

Nel 1836 è infatti professore di architettura all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, evento che gli lascerà stampigliato il soprannome de ‘Il Professore’ per tutta la vita. Nel frattempo, Antonelli si dedica anche a qualche commissione privata, ma cerca in ogni modo di satellitare intorno alla capitale, Torino. Perché finisce a Novara, che a livello biografico è il suo punto di inizio? "La città di fronte alle montagne", scrive Vassalli, "era cresciuta nei secoli disordinatamente, senza un progetto d'insieme e senza aspirazioni di grandezza; assecondando le vicende dei suoi abitanti, aveva finito per rifletterne l'indole terragna e la scarsa propensione per le cose dell'arte, se non addirittura il cattivo gusto". Un modo romanzato per dire che Novara non è, a differenza di molte città italiane, una cosiddetta città d'arte.

Qui allora va fatta un’osservazione generale sulla formazione di Antonelli: Alessandro cresce sì in un Piemonte rivoluzionario, ma l’idea dominante (e il soggiorno romano va in tal senso) è che l’architettura sia ancora una cosa da principi e mecenati. Il suo sforzo giovanile è dunque quello di un architetto di talento, ma in erba, che cerca di inserirsi in un ambiente cortigiano. Quando comprende che il nuovo grande committente è la Pubblica Amministrazione, e che a Novara c’è una dirigenza municipale in fibrillazione per lo sviluppo della città, Antonelli ‘torna a casa’ perché vi coglie l'occasione di poterla plasmare da cima a fondo. Per la verità, Alessandro Antonelli è già noto a Novara: nel 1833 aveva rifatto l’Altar maggiore del Duomo, e tra i suoi collaboratori aveva avuto il grande artista danese Bertel Thorvaldsen, principale esponente, assieme a Canova, della scultura neoclassica. A partire dagli anni ’40 Alessandro Antonelli lavora su numerosi cantieri novaresi, privati e pubblici: di questa stagione febbrile vale la pena di menzionare due lasciti antonelliani. Uno è Casa de Santis, poi Casa Bossi (che è poi l'edificio 'trasfigurato' nel romanzo di Vassalli): si tratta di un palazzo privato che si affaccia sui bastioni e che oggi versa in uno stato a dir poco pietoso (siamo negli anni 1860). Casa Bossi, guarda caso, sorge in continuità prospettica rispetto alla basilica di San Gaudenzio a alla sua Cupola, che spicca alle sue spalle. Anzi: nella visuale ancora libera da edifici, sulla cinta dei bastioni, la Casa dava l'illusione di essere la facciata della Cupola.

L’altro, enorme cantiere è il Duomo della città, o Cattedrale di Santa Maria Assunta. Novara ha infatti la sua cattedrale romanica, che ai tempi dell’Antonelli ha circa settecento anni; è piuttosto malconcia, ma pregiatissima per valore artistico e storico. L'architetto ci ha già lavorato, come visto; ma quando diviene ricco e famoso decide di farla finita: nel 1868 Antonelli demolisce la chiesa e la ricostruisce in toto in chiave neoclassica, al netto di alcune porzioni (campanile, battistero e alcuni mosaici presbiterali) che si salvano. Se qualcuno oggi volesse avere un’idea di come la Cattedrale o Duomo si presentasse, dovrebbe andare sull’Isola di San Giulio, al centro del lago d’Orta, e visitarne la basilica omonima. Anche la basilica milanese di Sant’Ambrogio può offrire un colpo d’occhio vicino alla Cattedrale romanica di Novara. In sintesi, la triade monumentale antonelliana, per la città di Novara, può essere riassunta (ma non si esaurisce) in queste tre opere massime: la Cupola di San Gaudenzio; il Duomo; e Casa Bossi. Sorprende il fatto che Antonelli riesca a mettere mano sui due siti spirituali più importanti della città, e che finisca per convincere la dirigenza cittadina ad abbattere una cattedrale romanica, nella quasi indifferenza dei novaresi; per giunta, in un’epoca in cui il trend internazionale si muoveva nel verso contrario, e cioè verso una riscoperta del patrimonio medievale. L’architetto Eugène Viollet-Le-Duc è forse l’architetto dell’800 più noto per gli interventi sul patrimonio culturale francese: più o meno negli stessi anni in cui Antonelli smantellava la cattedrale romanica di Novara, Viollet-Le-Duc ‘restaurava’ le mura di Carcassonne e poggiava la famosa guglia detta ‘la Fleche’ di Notre-Dame, tristemente divorata dalle fiamme nel 2019. Non entro nel merito delle realizzazioni di Viollet-Le-Duc, che per la sensibilità moderna, ma anche già all’epoca, oscillano tra l’essere considerate ultra-invasive o del tutto arbitrarie: mi limito a segnalarle per far capire che Antonelli è in controtendenza rispetto a un gusto neoromanico e neogotico, di moda a metà ‘800. Il progetto più ‘medievaleggiante’ dell’Antonelli è quello per la facciata di Santa Maria del Fiore, a Firenze, che non sarà selezionato dalla giuria; e che, francamente, mi pare il meno convincente fra i suoi numerosi. Alessandro Antonelli è quindi un architetto di pura obbedienza neoclassica? Ne discuteremo. A questo punto, emerge però chiaro come la realtà novarese, che pure conosce una fase di sviluppo manifatturiero e una certa febbre edilizia, in realtà rimanga sostanzialmente arretrata rispetto anche solo alla capitale piemontese. Per non parlare della vicina Francia! Si è già detto che quando la Cupola di San Gaudenzio, una torre di mattoni, è aperta al pubblico, a Parigi si sta costruendo la Torre Eiffel: tutto un altro pianeta, di ferro e acciaio in tal caso. È anche evidente un altro aspetto della carriera antonelliana: il Professore, da studente talentuoso e architetto burocrate, è percepito dai contemporanei come una archistar. La dirigenza di Novara sembra quasi drogata dalla sua personalità e dal suo carattere spigoloso, sordo rispetto alle lagnanze della borghesia cittadina, e che alimenta il mito dello spirito tumultuoso romantico (se mi passate l’espressione). Questo tratto dell’uomo Antonelli, persona ambiziosa fino alla spavalderia, è l’elemento soggettivo all’origine della Cupola; e che avevo posto tra quelle dinamiche individuali che ci spiegano come mai Novara si sia spinta ad approvare un progetto di tale portata. Già, il progetto… parliamone, nel prossimo episodio dedicato ad Alessandro Antonelli e alla Cupola di San Gaudenzio. Grazie per aver ascoltato fin qui!


(TROVERAI I RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI NELLA PARTE 2)



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